Il contributo di Roberto Giolito

Pubblichiamo per intero la lettera inviata da Roberto Giolito in occasione del convegno

 

“Gli ISIA: realtà e utopia”
22 maggio 2014
Musei Capitolini, Roma
Relazione di Roberto Giolito
Design Vice President, Fiat Chrysler Automobiles EMEA.

 

 

Buongiorno a tutti,

Non è facile dirigersi verso una meta quando non se ne conoscono le coordinate.

Non è semplice dedurre una formula quando non vi sono a disposizione gli strumenti per analizzare una cosa.

Capire il design, che cosa fosse e perché facesse già parte di un sistema sociale e produttivo complesso, come quello italiano della fine degli anni ‘70, era materia piuttosto astratta.
Bastò un piccolo libro, che non si misura nella grandezza in base al numero delle pagine, ma per la densità delle asserzioni e delle visioni, come quello di Thomas Maldonado, “Disegno Industriale: un riesame”. Bastò a fornirmi gli argomenti per sostenere il colloquio di ammissione all’ISIA di Roma, uniti alla mia inesorabile sindrome di grafomane, che sin dall’infanzia mi rende un imbrattatore di carta no-stop, senza possibilità di guarigione.

Non avevo basi né intuizioni particolari per intendere il significato stesso di fare design, di capirne il senso, ma le mie doti di disegnatore e il mio interesse ad apprendere cose nuove fecero il resto.

Ogni venerdì, in occasione dei corsi monografici, vedevamo materializzate davanti ai nostri occhi, le esperienze e le speranze più coraggiose di questo mondo a cavallo tra scienza e arte, tra tecnologia e poesia, con le figure dei metodologhi, dei progettisti, dei teorici e degli artisti..

C’era un’aria effervescente, e ci si confrontava su uno scenario ancora aperto a comprendere tutte le accezioni e le sfumature di una professione aperta a tutte le possibili interpretazioni.

Era una vera fucina, all’epoca del debutto del post-modernismo e delle rivoluzioni concettuali che trasformano il design funzionalista degli albori in qualcosa di più attinente alle operazioni, (e provocazioni), culturali del design per come lo conosciamo oggi.

La struttura della mia ISIA era cristallina: il preside (Ernesto), il didattico (Renato), i progettisti (Giulio, Stefano), i professionisti, tanti e generosi, così ben interfacciati con la classe di 25 allievi, compagni ‘totali’ nello specchio della giornata, tra ansie e gratificazioni, entusiasmi all’apice delle emozioni e crolli a picco dovuti al confronto con un fuori che sembrava già destinato ad essere eternato, come l’Olimpo dei maestri del design, che raggiungevamo a Milano con treni notturni lentissimi, per tentare di riceverne una leggera luce in occasione degli happenings pubblici (convegno dell’ ICSID 1982).

Non c’era simulazione, downloads di materiale open source, come capita oggi quando ci si accinge a capire in fretta le poche cose che servono a sembrare, più che colti, eruditi su un tema.

Ci si metteva un anno intero ad approfondire l’opera dei Futuristi o a capire le partenze ideologiche del Post Modern, con lavori immensi, discussi e meditati nel gruppo fino all’esaurimento delle forze, perché era lì che avveniva la vera scuola del pensiero e della forza creativa, dallo struggimento e dalle inesauribili energie di un gruppo di giovani che incontra qualcosa di grandissimo, e al tempo stesso difficile da identificare.

Nelle classi di progettazione, non vi era il pungolo di arrivare necessariamente a rappresentare un prodotto fisico, il classico manufatto, ma l’abitudine ad attraversare con il ragionamento le fasi più importanti del processo decisionale: l’innovazione sul metodo e la convergenza a ricavarne come risultato un servizio più che un prodotto.

La natura tipicamente di utilità sociale di quasi tutte le nostre progettazioni, faceva si che anche il tema di un’oliera da tavola giungesse a valori espressivi e concettuali più alti, più connessi con l’essenza stessa del contenuto che alle velleità rappresentative del contenitore.

Per questo erano necessari tutti gli approfondimenti possibili, compreso lo studio delle culture legate agli usi e sui materiali, per giungere alle anche minime deduzioni su come intervenire sulla forma, sui comportamenti.

Ammiravo e studiavo, intravedendoli dal vetro delle bacheche, i tabelloni che riassumevano un progetto realizzato da una classe di studenti più anziani, in collaborazione con l’azienda Piaggio, dove coesistevano gli studi ambientati di possibili variazioni sul tema del veicolo Apecar, con grandi slanci d’immaginazione sui possibili usi specialistici, espressi attraverso l’intercambiabilità dei moduli posteriori. Fu anche qui un inizio, un incipit per assumere quella mentalità con la quale ridimensionai me stesso e il perimetro delle mie capacità autonome.

Fu la conferma che un progetto, redatto in quella maniera, non poteva che essere messo assieme da un gruppo, con forte attitudine al dialogo e all’auto-diagnostica dei singoli punti di vista.

È stata la vera e unica cultura progettuale necessaria, specialmente per uno smanettone come me, esuberante al punto di dichiararsi, in regime di autoreferenzialità assoluta, già in possesso della dotazione di base per fare il designer, se non dal punto di vista creativo, almeno per quello che concerne una massiccia produttività numerica di schizzi e disegni.

Il lavoro di tesi mi fu concesso su un tema progettuale di car design, ma con la premessa di poterne fare una vera ricerca su un sistema, con degli approfondimenti sulla modularità delle parti della carrozzeria, e con un’esplorazione sulle tecnologie riguardanti i materiali a basso peso specifico per le pannellature.

Fu scelto un argomento riguardante le corse, ma quelle su strada e partendo dalle tipologie di vetture di grande serie, contrapponendo al rigore dei requisiti legati alla grande produzione, le intuizioni sui materiali, l’aerodinamica e le tecnologie delle prototipazioni per i bassi volumi produttivi.

Venne fuori un lavoro ibrido, contemporaneo dei grandi cambiamenti sui metodi di redazione di una ricerca, tra lavoro amanuense e desk top publishing, unito anche alla realizzazione di un modello in scala uno a cinque, (1:5), realizzato, (con grande fatica), in legno, non conoscendo ancora i metodi costruttivi dei modelli professionali di auto, con l’utilizzo del clay o addirittura con la modellazione virtuale attraverso il calcolatore.

A questo seguì un’inserzione provvidenziale su due dei più importanti quotidiani italiani, alla quale risposi per poi ritrovarmi al Centro Stile del Gruppo Fiat, ignaro di tutto ciò che sarebbe accaduto di lì in avanti.

Fui accolto a Torino da Ermanno Cressoni, che fu un vero maestro per me, conscio dell’importanza di mettere a bordo della sua macchina complessa di centro stile, delle persone volenterose e assolutamente determinate nel compiere il grande passo verso la digitalizzazione del supporto al lavoro creativo.

Dico questo perché, in un certo senso, fu ‘galeotto’ il mio port-folio, dove tra i diversi lavori spuntavano qua e là alcuni renderings eseguiti con il mio Macintosh Plus, che avevo acquistato proprio in base ad un’infatuazione ricevuta negli anni dell’ISIA, quando usavamo frequentare, con i docenti, le regie di produzione di computer grafica della RAI e i primi festival legati all’immagine elettronica.

Ero rimasto folgorato dall’idea della digitalizzazione del disegno a mano libera, e delle possibilità di post-produzione attraverso i primi software vettoriali: tutto sembrava andare nel verso del potenziamento comunicativo del segno, verso l’affrancamento dai rigidi schemi del dover dipendere dagli altri, e dello sviluppo dinamico dello sketch, verso i territori della comunicazione, che alla Fiat scoprii essere le innumerevoli occasioni di presentazione dei propri concetti e progetti al management della direzione.

Non si tratta solamente di riconoscenze a quel bagaglio di esperienze vissute in un ambito ancora vergine e aperto a tutto ciò che è nuovo, ma di vera consapevolezza che il percorso ISIA sia stato per me il passaggio strutturato necessario per affrontare una vita intera di progetti, senza perdere di vista il vero equilibrio, che è sempre realizzato nell’equazione base del design, tra innovazione e accessibilità, tra progresso e rispetto dei valori culturali e degli usi, tra arte e industria, come recitavano i seminari dell’epoca che tentavano di dare una definizione permanente ad una professione che non ha mai avuto il tempo di sedimentare e cristallizzarsi in una forma definita.

Ora che, per me, una distanza di 33 anni mi separa da quel giorno in cui varcai, per la prima volta, la soglia dell’ISIA di Roma, in una periferia assolata così bisognosa di recepire il valore aggiunto di ogni buon progetto che meriti questa definizione, realizzo quanto sia stato fondamentale essere stato lì, aver convissuto l’esperienza del progetto di design come scuola di comportamento e di vita, come avere assimilato in quegli anni le istruzioni per sapermela cavare da solo, nell’essere a mia volta portavoce e mentore per i progettisti di domani.

Devo molto a questo passaggio, alle persone, all’ISIA, all’avermi fornito tutto il necessario, la generosità, una nuova idea di qualità, una nuova poesia, quello di cui il mondo ha bisogno di credere.

Grazie.

Roberto Giolito